Avvocato si parla tanto di pensioni, di rischi per il futuro, per i giovani, ma anche i meno giovani, cosa si prevede con l’attuale assetto?

Certo il tema delle pensioni è sempre attuale e suscita sempre grande interesse perché riguarda praticamente tutti: i cittadini attivi, per il loro futuro e i cittadini già in pensione, per eventuali “ritocchi” ai trattamenti in godimento.  Il rischio per il futuro, è inutile nasconderlo, esiste: basti pensare alle preoccupazioni che hanno accompagnato e che hanno bloccato negli anni più recenti l’invio della famosa “busta arancione”, che contiene la posizione assicurativa dei lavoratori e la simulazione della futura pensione.

Il problema per i giovani, e ancor più dei meno giovani, non è tanto la pensione e le sue modalità di calcolo che ormai è basato completamente sul sistema contributivo, quanto la carenza di occupazione; la precarietà è divenuta ormai la regola e le retribuzioni, per la maggior parte dei lavoratori, sono molto contenute e non possono che preludere a pensioni molto ridotte. I meno giovani poi sono ancora più penalizzati se hanno perso il lavoro; i pochi contributi maturati, nella malaugurata ipotesi di mancanza di nuova occupazione, non riusciranno a dare titolo ad una pensione autonoma e non potrà più intervenire neppure l’assistenza statale con l’integrazione al minimo che è ancora prevista per le pensioni retributive.

Inoltre, altro punto focale della discussione è il progressivo scivolamento in avanti dell’età pensionabile dovuto alla sostanziale soppressione della pensione di anzianità e all’introduzione dell’incremento dell’età derivante dalla speranza di vita. Ma qui si apre un altro capitolo, ancora più doloroso, perché il trend che si sta delineando nei fatti, è quello di una diminuzione dell’aspettativa di vita, dovuto al fatto che gli anziani muoiono prima, per mancanza di cure che non si possono permettere.

 

Ci sono pericoli anche per chi oggi è in pensione?

In teoria no, in quanto dovrebbe valere sempre la regola dei diritti acquisiti; purtroppo la crisi di questi ultimi anni ha portato a superare questo principio per cui si sono susseguite norme che, a posteriori, dopo la liquidazione della pensione, hanno apportato riduzioni significative in nome della solidarietà; un esempio per tutti è quello del decalage della rivalutazione delle pensioni a partire da quelle di importo lordo superiore a 3 volte il trattamento minimo, mentre in precedenza tutte le pensioni venivano rivalutate per intero. Voci preoccupanti sono circolate anche in merito alla possibile riduzione/eliminazione della pensione di reversibilità che ancora oggi costituisce un caposaldo per la sussistenza di una fascia considerevole di persone (circa 3,8 milioni di soggetti), in maggioranza donne anziane; per fortuna quelle voci sono rientrate, ma è stato sufficiente per generare panico.

 

Cosa fa o cosa sta elaborando il governo per far fronte a questa emergenza?

Premetto che le regole attuali prevedono che i requisiti anagrafici per la pensione di vecchiaia sono di 66 anni e 7 mesi per gli uomini indipendentemente dal settore lavorativo e per le donne dipendenti dalla pubblica amministrazione, mentre sono di 65 ani e 7 mesi per le dipendenti del settore privato e 66 anni e 1 mese per le autonome e le iscritte alla Gestione separata INPS; la pensione di anzianità si raggiunge, invece, con 42 anni e 10 mesi di contributi indipendentemente dall’età.  Dati questi parametri, la linea che sta emergendo a livello governativo è quella di prevedere una flessibilità in uscita con anticipo rispetto all’età legale basata su filoni motivazionali diversi:

  • penalizzazione gradata a seconda del reddito di chi decide di anticipare la pensione di tre anni e si accolla l’onere della penalizzazione;
  • penalizzazione a carico delle imprese che intendono avviare processi di ristrutturazione o di ricambio di personale;
  • assunzione a carico della finanza pubblica della maggior spesa che si determina per i lavoratori potenzialmente beneficiari dell’anticipo che si trovino in stato di disoccupazione; negli altri casi, finanziamento-ponte che potrebbe essere sostenuto dal sistema del credito e che poi rientrerebbe grazie ai mini rimborsi INPS con le trattenute sull’importo della pensione finale;
  • abbandono volontario del lavoro con penalizzazione a totale carico del richiedente;
  • perdita del lavoro per ragioni dovute all’azienda, con penalizzazioni a carico del datore di lavoro.

Mi sembra che ci sia materia di discussione per arrivare ad una soluzione intelligente.

 

Lei cosa pensa si potrebbe fare di più e di meglio?

Tutto è perfettibile, quindi è ovvio che si può fare di più e forse di meglio; ma sul fronte pensioni, mi sembra che ormai la cosa migliore da fare sarebbe quella di fermarsi qui. Dopo aver spostato in avanti l’età pensionabile e aver previsto il calcolo contributivo più vicino alla logica assicurativa che previdenziale, mi pare che i correttivi più importanti siano stati apportati, salvo anzi qualche passo indietro da fare come quelli già compiuti a tutela dei salvaguardati rimasti penalizzati dalla Legge Fornero.

Invece, come ho detto prima, il centro motore del problema è l’occupazione quale volano dell’intero sistema economico; quindi ben vengano le politiche di agevolazione alle imprese per nuove assunzioni, facilitazioni nel ricorso a finanziamenti dalle banche  per avviare  le start-up  in favore dei giovani imprenditori,  politiche monetarie che incentivino gli investimenti;  tutela verso le nuove frontiere delle energie rinnovabili foriere di nuova occupazione  specializzata e così via. Ma, questa, è un’altra storia!