ART. 1 COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Con questo incipit straordinario i Padri costituenti pongono un’importante pietra miliare: l’Italia non può fondarsi sul privilegio e sullo sfruttamento del lavoro. La Costituzione attribuisce quindi al lavoro un ruolo centrale ma, a quasi settant’anni dalla sua approvazione, la società italiana è profondamente mutata. E’ cambiata la cultura e l’organizzazione del lavoro e, di riflesso, il rapporto tra le persone ed il lavoro. Le aziende, per fronteggiare la dinamicità dei mercati, sono costrette ad affrontare notevoli costi in risorse umane, formazione e strumenti tecnologici che coinvolgono l’intera filiera lavorativa.

E’ lavoro, dunque, quello dei lavoratori, ma è lavoro anche quello degli imprenditori. Qualcuno una volta disse che non è più possibile parlare oggi di lavoratori e datori di lavoro in termini di perenne e naturale contrapposizione, ma è più corretto definire gli uni e gli altri come “produttori”.

Il lavoro costituisce oggi per tutti un elemento d’identità e di definizione di sé. In sostanza si è anche in relazione a ciò che si fa.

L’incertezza sul futuro e la difficoltà ad accettare sradicamenti socio-culturali costituiscono elementi di significativa influenza sulla qualità della vita e sul benessere psicologico. Tuttavia l’attuale quadro lavorativo contempla una flessibilità esasperata che ha come possibile conseguenza l’affacciarsi prepotente di patologie di natura psico-sociale.

Il nostro intento è quello di riportare in primo piano i valori fondamentali della cultura sociale-solidale, in cui l’uomo rappresenta l’elemento centrale e fondante di una vera politica etica del lavoro.

Il diritto del lavoro ha dunque una propria etica ed un obiettivo che va oltre la tutela del rispetto dei diritti del singolo caso per proiettarsi verso una funzione etico-sociale.

In realtà, il rispetto delle regole, da parte del lavoratore e da parte dell’Azienda, entrambi produttori con pari dignità, non solo risponde ad un criterio di giustizia individuale, ma fa sì che l’azienda, e quindi l’economia di un paese, siano più sane, più solide, più concorrenziali.

Ed una economia sana, fatta di aziende sane, è più appetibile per investitori, italiani o stranieri che siano, ed offre una migliore immagine del Paese nei confronti dei paesi esteri.

Potrà sembrare impossibile ma, sono certo che una rimessa in moto della economia inizia anche con un attento rispetto delle regole, legali e contrattuali, da parte di tutti.

Ovviamente regole, leggi e contratti devono rispondere a criteri di equità e di giustizia e, per questo, devono essere scritti insieme da parte di tutti i protagonisti del mondo del lavoro, nel rispetto dei rispettivi ruoli e competenze, non escludendo il soggetto pubblico cui fa riferimento la cura dell’interesse generale del territorio dove agiscono i singoli operatori.

 

Paolo Crescimbeni

Avvocato giuslavorista